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La storia di Amalfi

Amalfi L’origine della città e del nome sono incerte, ma il toponimo è sicuramente di estrazione latina (da Melfi, un villaggio marittimo lucano abbandonato da profughi romani nel IV sec. d. C., o dalla gens romana Amarfia del I sec. d. C.). Secondo una leggenda il paese prende il nome da Amalfi, una ninfa amata da Ercole che fu sepolta qui per volere degli dei. Sicuramente abitata dai Romani, che erano fuggiti sui Monti Lattari per scampare alle invasioni germaniche e longobarde, era un castrum per la difesa del Ducato Bizantino di Napoli. La città godeva di un rapporto privilegiato con Bisanzio per l’abilità degli Amalfitani nel commercio marittimo.

É ormai accertato che furono loro per primi ad inventare la bussola quale strumento di orientamento marinaro magnetico “a secco” ed a diffonderla nel Mediterraneo entro la prima metà del XIII secolo. Il mitico inventore amalfitano Flavio Gioia, in onore del quale esiste un monumento in bronzo realizzato dall’artista cavese Alfonso Balzìco sito nella piazza davanti al mare, in realtà non è mai esistito; si tratta, infatti, di un errore di interpretazione dovuto a scrittori rinascimentali dell’Italia centrale. Un’antica tradizione amalfitana si riferisce, invece, ad un certo Giovanni Gioia quale inventore dello strumento marinaro.Questa abilità marinaresca e le grandi capacità diplomatiche permisero agli Amalfitani di navigare attraverso tutto il Mediterraneo stabilendo rapporti commerciali e pacifici con tutti i popoli limitrofi, compresi i Saraceni.

Fu sede vescovile dall’anno 596. Il primo settembre dell’839 Amalfi si staccò dal Ducato di Napoli costituendosi in stato autonomo, ma suscitò sempre le mire dei principi longobardi di Salerno, resistendo però per oltre due secoli all’espansionismo longobardo. Il piccolo stato fu retto prima da un conte eletto, annualmente, dai rappresentanti delle famiglie nobili amalfitane, ed in seguito da un duca. In quel periodo i confini di Amalfi si estendevano a Cetara, a Positano, compresa l’isola di Capri e l’arcipelago de Li Galli, e verso l’interno, oltre i Monti Lattari, fino a Gragnano, in provincia di Napoli. Era il momento della massima espansione, durante il quale si avviava la fitta rete di rapporti diplomatici e la rivalità con Pisa, Genova e Venezia non era un pericolo per la città, che batteva una propria moneta, il tarì. Il commercio ed i traffici marittimi erano particolarmente floridi ed i mercanti amalfitani avevano colonie nelle città più importanti del Mediterraneo.

Centro cosmopolita aperto sul Mediterraneo, a questo periodo risale il codice di diritto marittimo noto come Tavola amalfitana (è conservato in una copia cartacea seicentesca presso il Museo civico; i suoi capitoli contengono sorprendenti notizie a riguardo dell’avanzata e progredita società marinara amalfitana). Nel 1039 Guaimario V, principe di Salerno, sottomise Amalfi per un breve periodo e, quando Roberto il Guiscardo cominciò a dilagare nell’Italia Meridionale, il Ducato amalfitano, per sopravvivere, fu costretto ad accettarne il protettorato per cui l’ultimo Duca, Marino Sebaste, fu deposto. Contro il Guiscardo si formò una Lega guidata dal Papa. Ne approfittarono i Pisani, acerrimi nemici degli Amalfitani che, nel 1135, sbarcati in forze lungo tutto il litorale, saccheggiarono i centri costieri. Due anni dopo ritornarono e distrussero tutte le fortificazioni. Oramai lontane le glorie ducali, la Costiera Amalfitana, ridotta feudo dotale, assisteva avvilita ed impotente all’avvicendarsi delle nobili casate cui l’invasore di turno la destinava.

Travagliata anche da lotte intestine Amalfi perse gran parte della sua forza e del suo splendore finché, nel 1131, sotto Ruggiero II, fu conquistata dal Regno normanno. Quest’ultimo protesse le attività degli amalfitani, che furono un aspetto importante dell’economia del Regno di Sicilia. Ma nel 1135, mentre la flotta amalfitana era impegnata a tenere lontani i Saraceni, i Pisani sbarcarono sulla costa mettendo a ferro e fuoco Amalfi e le città vicine. La sua potenza marittima era giunta al tramonto anche a causa della politica antibizantina ed antimusulmana dei Normanni, che le tagliarono i legami commerciali con l’Oriente. La rete di traffici si restrinse soltanto ai porti del Sud dell’Italia. Amalfi, per tutto il Medioevo, ebbe una numerosa e potente flotta, che bisogna necessariamente distinguere tra quella militare e quella mercantile. La flotta militare più volte vittoriosa soprattutto nelle battaglie combattute contro gli Arabi in difesa della cristianità: tra queste rifulge il celebre episodio di Ostia (849), quando le navi di Amalfi contribuirono notevolmente a salvare Roma dall’attacco di una potente flotta musulmana.

Per la costruzione delle navi da guerra Amalfi aveva un arsenale in muratura del quale oggi restano due corsie divise da dieci pilastri. Si tratta dell’unico esempio sopravvissuto di arsenale medioevale almeno in Italia meridionale. La struttura superstite mostra i chiari segni dei restauri avvenuti nel 1240 e nel 1272, sebbene l’edificio sia documentato sin dall’XI secolo. In esso venivano costruiti gli scafi delle galee da combattimento, impostate su centoventi remi. Le navi mercantili, in genere di basso cabotaggio, venivano costruite sugli arenili, che, pertanto, erano indicati con il termine bizantino di scaria. Le strutture portuali e cantieristiche furono inesorabilmente sommerse a seguito di una frana sottomarina provocata da una possente tempesta di libeccio, verificatasi nella notte tra il 24 ed il 25 novembre 1343. Nel 1398 la città divenne feudo dei Sanseverino, per passare poi ai Colonna ed agli Orsini ed, infine, ai Piccolomini. Nel XV secolo con la dominazione aragonese giunsero i mercanti catalani, che fecero concorrenza a quel che rimaneva della flotta amalfitana. Dopo i secoli gloriosi di Amalfi medioevale, la storia della città e degli altri insediamenti della costiera fu caratterizzata da un calo demografico, dall’isolamento dall’entroterra e da incursioni piratesche. Nel 1643 una terribile e spietata pestilenza mieté quasi un terzo della popolazione costiera. La costa amalfitana conobbe una crescente povertà. Nel Settecento Amalfi era una città quasi disabitata e le famiglie più nobili si erano spostate a Napoli. Nello stesso tempo nacquero piccole attività artigianali legate alle antiche, ma anche alle nuove forme di economia: i “centrellari”, ossia i costruttori di chiodi a Pogerola, i corallari, gli orafi, i fabbri (esiste Piazza dei Ferrari) ed i calafati (coloro i quali stoppavano e rincatramavano le fessure di una nave per renderla impenetrabile all’acqua). Nel giugno del 1807 Giuseppe Bonaparte, in visita al regno, rimase folgorato dalla bellezza della Costiera Amalfitana e decise la costruzione di una grande strada costiera che facilitasse l’accesso dalla capitale Napoli alla Costiera. Iniziata nel 1816, proseguita dal Murat, la strada venne inaugurata da Ferdinando II soltanto nel 1854. Nel 1879, passeggiando tra gli stretti viottoli dei paesini della Costiera, Erik Ibsen trovò l’ispirazione per completare la sua opera “Casa di bambole”. Alla vigilia del XX secolo la costa di Amalfi fu riscoperta come ricercata meta turistica. Negli anni ’60, quelli del boom economico e della dolce vita romana che, in estate, viveva tra Capri ed Amalfi, registi, artisti d’ogni genere ed avventurieri sono passati per la costiera, da questo splendido connubio di arte e natura sono nati amori appassionati ed opere d’arte.

Stefania Maffeo


 

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